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Prescrizione sul sequestro Dall’Orto, quel caso rimarrà un mistero. Lei: “Vittima dei rapitori e dello Stato”. VIDEO

CASALGRANDE (Reggio Emilia) – “Quasi a tutti capita un evento straordinario, di quelli che cambiano la vita: a me è capitato 30 anni fa. Ma non è stato solo il sequestro, è stato anche quello che è accaduto dopo. Sono stata vittima dei rapitori e vittima anche dello Stato“. Silvana Dall’Orto è un fiume in piena. La raggiungiamo al telefono. Oggi ha 74 anni. Non vuole apparire, è stanca. Vuole che il velo cali sulla sua vicenda, ma è come se non potesse fare a meno di parlare.

Esattamente 30 anni fa fu liberata dopo essere rimasta nelle mani dei suoi sequestratori per più di sei mesi. Sempre oggi, in base alla legge dell’epoca, quel reato di cui è stata vittima cade in prescrizione senza che i responsabili siano stati individuati e condannati. Il rapimento che più sconvolse il nostro territorio in un’epoca in cui, di sequestri riusciti e falliti, ce ne furono altri: dal caso Giovanni Fagioli, a quello di Armando Montanari, a quello di Franco Rubertelli. Industriali presi di mira e quasi sempre riscatti milionari pagati, come nel caso Dall’Orto (si parla di 3 miliardi delle vecchie lire). Silvana di un industriale era, ed è, moglie: di Giuseppe Zannoni, membro di una famiglia che ha fatto la storia delle ceramiche. Rapita da tre persone dalla villa di Casalgrande nel tardo pomeriggio del 20 ottobre 1988, con il marito e le due figlie adolescenti fuori casa (un terzo figlio era purtroppo deceduto poco tempo prima in un incidente stradale) e rilasciata nella notte tra il primo e il 2 maggio 1989. “Mezzo anno e oltre sottoterra – ricorda Silvana – con danni irreparabili agli occhi dati dalla mancanza di luce. E la prima tappa dopo la liberazione – ci dice ancora – non fu casa mia, ma la procura di Reggio, dove venni subito interrogata in maniera aggressiva”.

I rapporti tra Silvana e il marito e gli inquirenti non furono mai sereni. Le piste principali erano quella calabrese e sarda, le matrici delle bande che in quel periodo colpivano in tutt’Italia. Un colpo di scena avvenne nel febbraio ’90, quando la procura indagò la stessa Silvana e il fratello Artemio, ritenuti complici dei rapitori con l’obiettivo comune – era l’accusa – di estorcere denaro al cognato di lei Oscar Zannoni. I due fratelli trascorsero in carcere 9 giorni, vennero processati e assolti, ebbero un risarcimento per ingiusta detenzione. Ma di nuovo, dei rapitori, nessuna traccia.

Una speranza era arrivata l’estate scorsa dai test chiesti dalla Dda di Bologna, dopo anche i numerosi appelli della stessa Dall’Orto a riaprire il caso. Erano stati isolati un dna e alcuni profili genetici misti uomo-donna analizzando, con gli strumenti di oggi, alcuni indumenti repertati durante le indagini sul sequestro. Erano state indagate 16 persone. I periti hanno poi accertato che le tracce genetiche sugli indumenti appartenevano a Mario Moro, fratello di uno dei 16 indagati. Mario Moro però è deceduto nel 1998, dopo essere rimasto gravemente ferito in uno scontro a fuoco con la polizia. In pratica, tutto archiviato. E ora prescritto. “Basta, mi sono arresa – dice ancora la Dall’Orto, che in questa nuova vicenda è stata seguita dall’avvocato Francesca Corsi – Cosa spero? In un po’ di serenità, per me e per la mia famiglia”.

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